
“È la loro cultura.”
È una frase che compare puntualmente ogni volta che qualcuno parla dell’Afghanistan.
Quando uno Stato decide che una bambina non può andare oltre la scuola primaria, che una ragazza non può frequentare l’università, che una donna non può lavorare nella maggior parte dei settori, non può entrare in molti luoghi pubblici, deve sottostare a rigide limitazioni nella vita quotidiana e vede ridotte perfino le possibilità di ottenere tutela dalla legge, non siamo davanti a una cultura.
È una frase comoda.
Assolve chi la pronuncia dalla fatica di capire.
Perché se è “la loro cultura”, allora non ci riguarda. Diventa folklore. Un’usanza. Una tradizione da osservare a distanza con un’alzata di spalle.
No.
Siamo davanti a un sistema di oppressione.
E c’è una differenza enorme.
Perché le culture si rispettano.
L’oppressione si denuncia.
Il mondo tende a raccontare l’Afghanistan come se fosse sempre stato così.
Non è vero.
Negli anni Sessanta e Settanta, a Kabul, migliaia di donne studiavano all’università, lavoravano come insegnanti, medici, impiegate, giornaliste. Camminavano senza che lo Stato decidesse come dovessero vestirsi. Non era un paradiso dell’uguaglianza, ma era un Paese che guardava al futuro.
Poi sono arrivati decenni di guerra.
Poi il primo regime talebano.
Poi un ventennio di ricostruzione fragile.
Infine, nel 2021, il ritorno dei Talebani.
Da allora il processo è stato metodico.
Un diritto dopo l’altro.
Prima l’istruzione.
Poi il lavoro.
Poi la libertà di movimento.
Poi gli spazi pubblici.
Poi la voce.
Non è stato un colpo di Stato contro un governo.
È stato un colpo di Stato contro metà della popolazione.
Le Nazioni Unite parlano apertamente di una cancellazione sistematica dei diritti delle donne. Amnesty International e Human Rights Watch descrivono un insieme di misure che confinano milioni di persone dentro un’esistenza fatta di divieti e dipendenza. Alcuni esperti usano ormai un’espressione precisa: apartheid di genere.
Pensate alla forza di queste due parole.
Apartheid.
Non riguarda il colore della pelle.
Riguarda il sesso con cui sei nata.
Eppure, fuori dall’Afghanistan, la notizia dura il tempo di un titolo.
Ci indigniamo.
Condividiamo.
Mettiamo un cuore.
Poi torniamo a discutere dell’ultimo scandalo sui social.
Nel frattempo, milioni di donne continuano a vivere in un Paese in cui ogni nuovo decreto restringe ulteriormente lo spazio della loro libertà.
La domanda non è perché succeda.
La domanda è perché ci siamo abituati.
Perché quando una tragedia diventa quotidiana smette di fare notizia.
E quando smette di fare notizia rischia di smettere perfino di fare indignazione.
Qualcuno dirà che non possiamo giudicare.
Che ogni popolo ha la propria storia.
È vero.
Ma i diritti umani non sono occidentali.
Non sono orientali.
Non sono cristiani.
Non sono musulmani.
Sono umani.
Il diritto a studiare.
A lavorare.
A scegliere.
A parlare.
A vivere senza paura.
Questi non sono privilegi concessi dall’Occidente.
Sono il minimo che una persona dovrebbe poter pretendere dalla propria esistenza.
La storia ci insegna una lezione scomoda: nessuna libertà è garantita per sempre.
Ogni diritto può essere limitato, svuotato, cancellato.
Quasi mai accade in un solo giorno.
Accade un decreto alla volta.
Una giustificazione alla volta.
Un silenzio alla volta.
L’Afghanistan non è soltanto un dramma umanitario.
È una domanda rivolta a tutti noi.
Quanto deve arretrare la libertà perché smettiamo di chiamarla “una questione interna” e iniziamo a chiamarla con il suo nome?
Perché quando uno Stato decide che una donna vale meno di un uomo, non è la cultura a vincere.
È l’umanità a perdere.
- Se i diritti umani sono davvero universali, perché la loro tutela sembra dipendere dalla latitudine?
- Quante restrizioni devono essere imposte a una donna prima che la comunità internazionale smetta di parlare di “preoccupazione” e inizi a parlare di responsabilità?
- Perché ogni nuovo decreto contro le donne afghane suscita indignazione per pochi giorni, mentre quelle stesse donne continueranno a viverne le conseguenze per anni?
- Esiste un limite oltre il quale la sovranità di uno Stato non può più essere invocata per giustificare la sistematica negazione dei diritti fondamentali?
- Perché continuiamo a definire “universali” diritti che, nei fatti, milioni di donne non possono esercitare?
- Se domani un governo europeo vietasse alle bambine di frequentare la scuola o alle donne di lavorare, la reazione della comunità internazionale sarebbe la stessa?
- Quanto pesa la vita di una donna afghana nei tavoli della diplomazia internazionale?
- E, soprattutto, c’è una domanda che nessun governo ama sentirsi rivolgere quando i diritti di milioni di donne vengono cancellati uno dopo l’altro, il silenzio è prudenza diplomatica o un fallimento della politica internazionale?

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