Se guardo l’umanità con lucidità, non mi vengono molti complimenti da fare.
Siamo creature biologiche imperfette: carne, liquidi, batteri, impulsi primitivi. Nasciamo in modo viscerale, invecchiamo, ci ammaliamo, ci rompiamo. Nulla, nel nostro funzionamento, ha qualcosa di particolarmente elegante.
Eppure ci piace pensare di essere la specie più evoluta del pianeta. Una convinzione affascinante… e spesso smentita da cinque minuti di commenti su internet.
Dal punto di vista evolutivo siamo una specie giovane, ancora piena di errori cognitivi e istinti antichi. Lo dimostrano psicologia e neuroscienze: gran parte delle nostre decisioni non è razionale, ma guidata da automatismi biologici.
Il nostro cervello è straordinario, certo. Ma è anche pieno di scorciatoie mentali, illusioni cognitive e convinzioni ridicolmente sicure di sé.
In altre parole: non siamo così evoluti come ci piace raccontarci allo specchio.
Eppure succede qualcosa di strano.
La mattina, quando il sole sorge, o quando la luna illumina il cielo, diventa impossibile non provare meraviglia. L’universo è immenso: miliardi di galassie, distanze inconcepibili, tempi cosmici che superano ogni intuizione umana.
E dentro questo spazio quasi infinito esiste la vita.
Questo pensiero ha un effetto doppio: da una parte ci ridimensiona brutalmente, dall’altra rende la nostra esistenza qualcosa di incredibilmente raro.
Perché, almeno per quanto sappiamo, questa è l’unica vita che abbiamo.
Il filosofo Albert Camus parlava dell’assurdo: l’essere umano cerca significato in un universo che non è obbligato a darglielo.
Eppure continuiamo a cercarlo.
Costruiamo religioni, teorie, ideologie, algoritmi, intelligenze artificiali. Qualunque cosa pur di non ammettere che, in fondo, stiamo improvvisando.
Forse non siamo una specie particolarmente nobile. Forse siamo ancora primitivi, contraddittori e spesso stupidi.
A volte basta osservare una riunione aziendale o un talk show televisivo per averne una dimostrazione piuttosto convincente.
Ma siamo anche l’unica forma di vita che conosciamo capace di guardare l’alba e chiedersi perché esista.
E forse è proprio qui la nostra stranezza più grande.
L’universo esiste da miliardi di anni. Per quasi tutto quel tempo nessuno lo osservava.
Poi, su un piccolo pianeta insignificante, un ammasso di cellule ha sviluppato abbastanza neuroni da fare una cosa incredibile: fermarsi, guardare il cielo e rendersi conto di essere vivo.
Non è poco.
Soprattutto per una specie che, nella stessa giornata, può contemplare l’universo…e poi litigare ferocemente per un parcheggio.
Forse l’umanità non è la specie più nobile dell’universo. Forse siamo solo un esperimento evolutivo riuscito a metà.
Ma se c’è una cosa che ci rende straordinari è questa: siamo polvere cosmica che ha imparato a porsi domande.
Il che è sorprendente. Soprattutto se si considera che la stessa polvere cosmica, cinque minuti dopo, può diventare tremendamente idiota.