I fatti risalgono a una notte di gennaio. Le cause sono ora al vaglio delle autorità competenti. L’episodio riporta però al centro dell’attenzione le condizioni di lavoro nella vigilanza privata, un comparto che comprende sia le guardie giurate armate sia i fiduciari non armati, spesso ancora meno visibili e tutelati.
Muore durante il turno un operatore della vigilanza privata impegnato in un servizio notturno di presidio all’aperto. Un contesto ordinario per il settore, fatto di turni lunghi, lavoro in solitudine ed esposizione costante alle condizioni climatiche.
Cantieri, ingressi, perimetri e presidi esterni rappresentano il quotidiano di migliaia di operatori. Lavorare sotto il sole estivo o con temperature sotto lo zero è una condizione frequente. A questo si sommano turnazioni notturne, pause ridotte o assenti e un livello di responsabilità che raramente trova riscontro nell’inquadramento contrattuale.
Per i fiduciari non armati la criticità risulta particolarmente evidente. A fronte di mansioni che richiedono presenza continua, attenzione costante e gestione di situazioni potenzialmente rischiose, le tutele restano minime. La distinzione formale tra personale armato e non armato finisce spesso per giustificare condizioni operative che, nella pratica, espongono comunque il lavoratore a stress fisico e psicologico costante.
A questo quadro si aggiunge il tema dello stipendio. Le retribuzioni nel settore della vigilanza privata risultano estremamente basse, soprattutto per i fiduciari non armati, e non proporzionate ai carichi di lavoro né alle condizioni in cui il servizio viene svolto. Compensi che rendono difficile rifiutare turni gravosi o segnalare criticità, perché il margine economico non consente alternative reali.
Sul versante della rappresentanza dei lavoratori, l’azione sindacale appare spesso distante dalla realtà quotidiana del servizio. Le mobilitazioni vengono annunciate, i tavoli aperti, le dichiarazioni rilasciate. Ma sul campo, per molti lavoratori della vigilanza privata, armati e non armati, l’impatto concreto resta minimo. Le condizioni operative non cambiano, i turni restano invariati e la sensazione di essere lasciati soli persiste.
Il settore si regge su un sistema di appalti che privilegia la continuità del servizio rispetto alla sostenibilità delle condizioni operative. In questo contesto la resistenza individuale diventa una necessità economica e il silenzio una strategia di sopravvivenza. Chi lavora sul campo conosce bene questa realtà. Chi decide turni, carichi e modalità operative spesso la ignora, pur avendo il potere di determinarla.
La morte di un operatore non può essere archiviata come un evento isolato. Ogni episodio di questo tipo interroga l’intero sistema. La sicurezza collettiva non può continuare a poggiare sulla tenuta fisica e mentale di lavoratori lasciati soli, esposti e sottopagati.
L’appello è rivolto alle aziende, alle istituzioni e agli enti di controllo. Servono verifiche concrete sulle condizioni operative, limiti chiari ai turni, riconoscimento reale delle mansioni svolte e salari adeguati alla responsabilità richiesta. Perché nella vigilanza privata il silenzio non è professionalità. È spesso l’unica risposta possibile quando mancano ascolto e responsabilità.
La notizia è stata ripresa dall’Agenzia Dire, che riporta l’apertura dell’inchiesta e le denunce dei familiari sulle condizioni di lavoro.
Il Corriere del Veneto ricostruisce le ultime ore di servizio dell’operatore e le condizioni operative nei cantieri olimpici.
La Gazzetta del Mezzogiorno dà spazio anche alle reazioni sindacali e alle responsabilità ancora da chiarire.
Collettiva (CGIL) collega la morte dell’operatore alle condizioni strutturali del settore e al sistema degli appalti.
La vicenda ha avuto eco anche internazionale, con la copertura dell’Associated Press.
