Un accordo storico tra Israele e Hamas, firmato a Sharm el-Sheikh. Ma dietro la tregua, si muovono strategie, ego e silenzi.
Donald Trump, tornato protagonista della scena internazionale, ha firmato insieme ai leader di Egitto, Turchia e Qatar un accordo di pace destinato a porre fine, almeno sulla carta, al conflitto nella Striscia di Gaza. L’intesa, raggiunta dopo settimane di negoziati riservati a Sharm el-Sheikh, prevede il rilascio di venti ostaggi israeliani in cambio di detenuti palestinesi e l’avvio di un piano di ricostruzione sotto supervisione internazionale.
L’accordo sancisce una tregua a tempo indeterminato tra Israele e Hamas, con il ritiro graduale delle truppe israeliane e l’istituzione di una forza di sicurezza locale supervisionata da mediatori esterni. Trump, presentandosi come artefice della pace, ha parlato di “un nuovo inizio per il Medio Oriente”. Ma le clausole operative restano vaghe: chi controllerà la sicurezza? Chi garantirà il rispetto delle condizioni? E soprattutto, chi pagherà la ricostruzione?
La firma è avvenuta lunedì 13 ottobre 2025, in una cerimonia che ha attirato l’attenzione dei media globali. Un tempismo che molti analisti considerano tutt’altro che casuale: a poche settimane dalle elezioni statunitensi, Trump conquista le prime pagine come uomo della pace, proprio mentre i sondaggi lo danno in ascesa.
La località scelta, Sharm el-Sheikh, non è casuale: è da sempre terreno neutro di mediazione, crocevia tra mondanità e diplomazia. Una cornice perfetta per un accordo che mescola simbolismo, strategia e spettacolo politico. Assente però Benjamin Netanyahu, ufficialmente per motivi religiosi, ma in realtà al centro di tensioni politiche e divergenze interne.
Trump cerca di riaccreditarsi come figura di potere capace di “fare ciò che gli altri non hanno osato”. Ma dietro la retorica della pace resta l’incognita della tenuta: la storia insegna che gli accordi in Medio Oriente non muoiono per mancanza di firme, ma per eccesso di sfiducia.
C’è chi vede in questo gesto un sincero tentativo di mediazione e chi lo interpreta come un capolavoro di marketing politico: una pace spettacolare, ma ancora tutta da verificare.
L’accordo di Sharm el-Sheikh segna un punto di svolta, ma non ancora un punto fermo.
La vera vittoria non sarà quella immortalata alle cerimonie, ma quella che dovrà sopravvivere quando le telecamere si spegneranno.
Trump ha ottenuto il suo applauso, il mondo ha ottenuto un po’ di silenzio.
Ora resta da capire se è il silenzio della pace o solo la pausa tra due guerre.
By Elisa - ottobre 2025