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Aborto nel mondo: leggi, contraddizioni e il peso delle parole


Dal divieto totale in alcuni paesi africani e latinoamericani, alla protezione costituzionale in Francia. E in mezzo, zone grigie, arretramenti e contraddizioni che raccontano quanto il corpo delle donne sia ancora terreno di scontro politico e culturale.


Un tema che non si chiude mai.

L’aborto è uno dei temi più divisivi del nostro tempo. Le leggi cambiano, i governi oscillano, ma la domanda rimane: chi ha l’ultima parola sul corpo delle donne? Lo Stato, la Chiesa, il partner? O la donna stessa?



Dove l’aborto è vietato in ogni circostanza

Secondo il Center for Reproductive Rights ( organizzazione mondiale con sede a New York che monitora le leggi sull'aborto a livello mondiale ), circa 22 paesi vietano l’aborto totalmente. Tra questi, El Salvador, Honduras e Nicaragua in America Latina; Malta e Andorra in Europa; diversi paesi africani come Madagascar e Repubblica del Congo.
In molti di questi Stati non sono ammesse eccezioni nemmeno per stupro o malformazioni fetali.

In El Salvador, donne sono state incarcerate anche per aborti spontanei, accusate di omicidio. In Malta, fino al 2023 non erano previste eccezioni: oggi è possibile solo se la vita della donna è in pericolo immediato.


Cosa accade a una donna povera, che non può viaggiare all’estero né accedere a cliniche clandestine sicure? È giustizia o è una condanna a morte mascherata da moralità?



Dove l’aborto è legale con limiti

In Europa, gran parte dei Paesi consente l’aborto con limiti temporali.

Francia: fino a 14 settimane, e dal 2024 il diritto è entrato in Costituzione come “libertà garantita”.

Italia: legge 194/1978, entro 90 giorni (12 settimane e 6 giorni), ma l’obiezione di coscienza riduce l’accesso reale.

Germania: formalmente reato, ma depenalizzato entro 12 settimane dopo una consulenza obbligatoria; una riforma è in discussione per renderlo pienamente legale entro quel termine.

Spagna: aborto legale fino a 12 settimane.

Regno Unito: limite generale 24 settimane, con eccezioni oltre in casi specifici.

Ungheria: legalizzato ma con restrizioni aggiuntive, come l’obbligo di ascoltare il battito fetale.


Se la legge riconosce un diritto ma un intero ospedale si dichiara obiettore, possiamo davvero parlare di diritto?



America Latina: tra marea verde e muri legislativi

L’America Latina è il continente delle contraddizioni.

Argentina: dal 2020 aborto legale fino a 14 settimane.

Colombia: dal 2022 legalizzato fino a 24 settimane.

Messico: la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale la criminalizzazione, ma le leggi locali non sono ancora uniformi.

Cile: si discute un disegno di legge per l’accesso fino a 14 settimane.

All’opposto, Honduras, Nicaragua ed El Salvador mantengono i divieti più rigidi del mondo.


Chi si proclama “pro-life” è poi pronto a farsi carico di quei bambini che nascono in contesti di povertà, abbandono o violenza?



Stati Uniti: un diritto a macchia di leopardo

Dopo la sentenza Dobbs v. Jackson del 2022, che ha cancellato la protezione federale garantita da Roe v. Wade, ogni Stato decide autonomamente.

Oggi, in Texas, Oklahoma e altri Stati l’aborto è vietato quasi del tutto. In California o New York, invece, è garantito e sostenuto da fondi pubblici. Una donna americana ha dunque diritti diversi a seconda del codice postale in cui vive.

Un diritto che dipende dalla geografia è ancora un diritto?



Africa e Asia: limiti estremi e aperture

In Africa, molti Stati mantengono restrizioni severe. In Senegal è vietato salvo pericolo di vita. In Sudafrica, invece, la legge è tra le più liberali: aborto su richiesta fino a 12 settimane, con estensioni fino a 20 in casi particolari.

In India: dal 2021 accesso fino a 24 settimane in determinate circostanze.

Cina: storicamente liberale, oggi promuove politiche per ridurre gli aborti non “necessari” in chiave natalista.

Indonesia: consente solo in casi di stupro o pericolo per la donna, con vincoli burocratici pesanti.


Se una donna deve aspettare un certificato della polizia per provare uno stupro prima di abortire, è davvero libera di decidere?



Il linguaggio che ferisce: “bambino” o “feto”?

C’è un paradosso linguistico che non viene mai discusso abbastanza. Quando una gravidanza è desiderata, anche a cinque settimane si parla di “bambino”. Quando non lo è, diventa “feto”.

Perché una donna che perde un figlio nei primi mesi “ha perso il suo bambino”, mentre chi interrompe la gravidanza “ha eliminato solo un feto”?

Le parole non sono neutre: possono consolare o ferire, legittimare o negare. Dire “è solo un feto” è un modo per sminuire il dolore e la complessità di una scelta.



Oltre le leggi: il rispetto

Dietro ogni legge ci sono persone reali. Donne che decidono in solitudine, sotto pressioni familiari, religiose, culturali.

Rispetto non significa approvare sempre, ma riconoscere la complessità. Una donna che interrompe una gravidanza non lo fa mai a cuor leggero.

Siamo davvero interessati a proteggere la vita, o solo a controllare i corpi delle donne?
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